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Con dichiarata violenza

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di Tommaso Fattori

Chiunque altro avesse osato evocare la “violenza” – seppur metaforicamente – durante un discorso pubblico sarebbe stato messo immediatamente alla gogna, ma non è stato così per Matteo Renzi, il quale, nel corso del suo viaggio negli Usa, ha affermato la necessità di un “cambiamento violento” (“sono consapevole che alcune cose vanno cambiate in modo violento”). Come se la precarietà strutturale (ormai eternata dalla legge Poletti), i tagli alla spesa pubblica (ossia alla spesa sociale), l’ulteriore privatizzazione dei servizi pubblici fondamentali, lo svilimento della democrazia, lo svuotamento della Costituzione e tutto ciò che questo governo sta facendo non fosse già troppo, in termini di ferocia sociale: serve usare ancor più violenza, ammonisce il presidente del consiglio. E quantomeno dobbiamo riconoscergli il pregio della chiarezza.

“Violento”, difatti, è il vero sostantivo: è la sostanza del suo discorso, non un semplice aggettivo. E nella violenza siamo immersi fino al collo. Quel che manca e continuerà a mancare è, naturalmente, il “cambiamento”, ossia il falso sostantivo. Con dichiarata violenza il governo Renzi persegue un inasprimento delle politiche di sempre, le porta cioè all’estremo (anche se poi all’estremo, come al peggio, sembra non esserci mai fine; chi avrebbe immaginato, ad esempio, che fosse possibile peggiorare la riforma Fornero?). 

Non c’è nessun mutamento di rotta ma solo un grado più aspro del medesimo crinale, un crinale lastricato appunto di precarizzazione, distruzione definitiva dei diritti del lavoro, tagli, privatizzazioni dei beni comuni. Parole come “modernità”, “cambiamento”, “novità” servono a far brillare indistinte e illusorie speranze ma soprattutto a nascondere ai nostri occhi che il futuro che viene evocato si trova in realtà alle spalle, non è riforma ma contro-riforma, non è rivoluzione ma restaurazione di forme sociali che hanno preceduto le grandi lotte collettive per i diritti.

A margine – o forse non troppo a margine – è simbolicamente illuminante che la sera precedente, alla cena offerta a Renzi dalla Stanford University, fossero presenti due sole figure politiche, nonchè accademiche, statunitensi. Due figure che di violenza delle classi dirigenti se ne intendono: il primo è George P. Shultz, uomo di Nixon e falco nella vicenda del superamento degli accordi di Bretton Woods, successivamente segretario di stato di Ronald Reagan (fu allora che definì il govero sandinista “un cancro nella nostra regione”, ai tempi dello scandalo Iran-contras) ma soprattutto padre della “dottrina Bush” (Bush senior) e fautore della strategia della “guerra preventiva”, alle radici del disastro attuale nell’intero medioriente.

L’altra commensale era Condoleeza Rice, segretaria di stato di Bush Jr, falco repubblicano che tutti ricordano per essere stata in prima linea nel proporre l’invasione dell’Iraq nel 2003 e nel difendere la tesi, rivelatasi successivamente una fraudolenta montatura, delle “armi di distruzione di massa” di cui Saddam Hussein sarebbe stato in possesso. Due figure che portano gravi responsabilità per le guerre di allora e per le guerre di oggi; due figure che certamente hanno avuto un rapporto costante ed intimo con la violenza. Insomma, un ambiente nel quale Matteo Renzi deve essersi trovato particolarmente a suo agio nel tessere, senza ipocrisie o infingimenti, l’elogio del “cambiamento violento” .

 

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