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Ricattabilità

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di Tommaso Fattori

 

Bloccare i salari “perchè c’è disoccupazione”.

Spazzare via i diritti acquisiti “perchè c’è chi non li ha”.

Usare la crisi per portare al massimo grado la ricattabilità di chi lavora e la competizione fra “poveri”.

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Invidiare a New York il suo Sindaco

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di Tommaso Fattori

Renzi a New York ha voluto incontrare il Sindaco della città, il popolarissimo Bill De Blasio. E ha fatto molto bene.

Non so se Renzi abbia una vaga idea delle posizioni del nuovo sindaco di New York e di quel che sta facendo nella città che amministra, ma quel che De Blasio ha detto qualche mese fa in un comizio a Brooklyn ne offre un’efficace sintesi:

«Basta privatizzazioni. Basta affidare servizi pubblici ai contractor esterni. E basta attacchi ai sindacati che devono, invece, estendere il loro ruolo. Oggi il 46 per cento della gente di New York vive in povertà. Parlare dei problemi di chi, pur lavorando sodo, fatica ad arrivare a fine mese è onesto e patriottico: servono 200 mila case popolari, basta chiudere gli ospedali di quartiere. E i ricchi devono dare di più con le tasse per finanziare gli asili e il doposcuola delle scuole medie» 

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“Cambia verso”? Dalla zuppa al pan bagnato: ancora tagli a Università e ricerca

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di Tommaso Fattori

Jobs act e attacco all’articolo 18 da una parte, tagli per 1 miliardo al MIUR dall’altra (‪#‎GianniniGelmini‬). E il coro mediatico che ci ripete, notte e dì, che stiamo “cambiando verso” e che perdinci, il tutto sarà pure un pò violento, ma queste sì che sono novità!

E invece questa è la zuppa dopo 30 anni di pan bagnato.

La disoccupazione non dipende dalla “rigidità” del lavoro, ossia dal fatto che in Italia il lavoro sarebbe eccessivamente “garantito” (siamo anzi fra i paesi più “flessibili” d’Europa pur essendo fra i pochissimi che non hanno neppure uno straccio di reddito minimo: insomma, il massimo della precarietà). 

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Con dichiarata violenza

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di Tommaso Fattori

Chiunque altro avesse osato evocare la “violenza” – seppur metaforicamente – durante un discorso pubblico sarebbe stato messo immediatamente alla gogna, ma non è stato così per Matteo Renzi, il quale, nel corso del suo viaggio negli Usa, ha affermato la necessità di un “cambiamento violento” (“sono consapevole che alcune cose vanno cambiate in modo violento”). Come se la precarietà strutturale (ormai eternata dalla legge Poletti), i tagli alla spesa pubblica (ossia alla spesa sociale), l’ulteriore privatizzazione dei servizi pubblici fondamentali, lo svilimento della democrazia, lo svuotamento della Costituzione e tutto ciò che questo governo sta facendo non fosse già troppo, in termini di ferocia sociale: serve usare ancor più violenza, ammonisce il presidente del consiglio. E quantomeno dobbiamo riconoscergli il pregio della chiarezza.

“Violento”, difatti, è il vero sostantivo: è la sostanza del suo discorso, non un semplice aggettivo. E nella violenza siamo immersi fino al collo. Quel che manca e continuerà a mancare è, naturalmente, il “cambiamento”, ossia il falso sostantivo. Con dichiarata violenza il governo Renzi persegue un inasprimento delle politiche di sempre, le porta cioè all’estremo (anche se poi all’estremo, come al peggio, sembra non esserci mai fine; chi avrebbe immaginato, ad esempio, che fosse possibile peggiorare la riforma Fornero?). 

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Renzilandia: tutti in serie C

di Tommaso Fattori

L’azienda della famiglia Renzi* come metafora di Renzilandia: tutti precari tranne quello che lì dentro non ci stava lavorando (Renzi Junior, il figlio del padroncino).

Jr oggi dice di voler combattere contro la disuguaglianza fra lavoratori di serie A e B, e lo fa perseguendo un metodo infallibile: farci diventare tutti lavoratori di serie C. Insomma, tutti uguali nell’azzeramento dei diritti.
Tutti uguali tranne coloro che il lavoro lo sfruttano, questo è sottinteso.