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Dalla piena occupazione alla piena precarizzazione

precari-stancadi Tommaso Fattori

Non era per niente facile peggiorare la riforma Fornero, che peggiorava la riforma Biagi, che peggiorava la riforma Treu. Ebbene, Renzi c’ è riuscito: c’è riuscito il governo delle larghe intese Renzi-Alfano, per la precisione, che oggi ha addirittura posto la fiducia al Senato sul decreto lavoro, impedendo per l’ennesima volta il dibattito parlamentare. In un tempo neppure troppo lontano, il modello sociale europeo si poneva come obiettivo la piena occupazione, mentre oggi l’obiettivo è la piena precarizzazione.

La precarietà – rinominata flessibilità per ingentilire e abbellire il concetto  – non produce alcun aumento dell’occupazione, non moltiplica i posti di lavoro: da anni tutti gli studi evidenziano che non esiste alcuna correlazione accertata fra maggior flessibilità e crescita dell’ occupazione. Più semplicemente, la precarietà è uno strumento efficace per intensificare lo sfruttamento del lavoro, pagarci meno, farci competere fra noi al ribasso, renderci più docili e ricattabili.

L’Italia da tempo primeggia in Europa in quanto a flessibilità e i datori di lavoro nel nostro paese hanno a disposizione ben 46 contratti atipici (contro i 9 di Francia e Gran Bretagna) con il risultato che, negli ultimi anni, due contratti su tre sono stati stipulati per lavori a tempo determinato e la disoccupazione non è certo diminuita, anzi.  Siamo flessibilissimi, ma per il governo delle larghe intese non era abbastanza.

Il decreto Renzi-Poletti estende la flessibilità ed elimina la “causalità” fino a tre anni, ossia le aziende possono adesso assumere con contratti a termine senza ragione alcuna non per 12 ma per 36 mesi (viene eliminato l’obbligo per l’azienda di motivarne la stipula con “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo”). Il contratto precario diviene cioè la normalità per le nuove assunzioni, non l’eccezione, anche se teoricamente i lavoratori con contratto a termine non dovrebbero superare il 20% dell’organico complessivo. Dico teoricamente dato che anche quest’obbligo – che sarebbe già di per sè difficilmente verificabile con l’attuale sistema di controlli – di fatto salta: l’azienda può sforare la quota consentita del 20% limitandosi a pagare una modesta sanzione.

Se tutto ciò non bastasse, al termine dei tre anni non esiste nessuna garanzia di assunzione a tempo indeterminato per il lavoratore precario, ammesso che al termine dei tre anni ci sia effettivamente arrivato. Infatti, mentre fino ad oggi era consentita una sola proroga del contratto a termine, adesso sono consentite fino ad otto proroghe entro i tre anni, aumentando con ciò ricattabilità e licenziabilità. Ad esempio, non servirà più far firmare le dimissioni in bianco, adesso basterà controllare la pancia delle proprie dipendenti ogni 5 mesi e decidere se rinnovare o meno il contratto.

Infine, l’apprendistato viene trasformato in qualcosa che ha a che vedere con tutto fuorchè con l’apprendimento di un mestiere: sparisce per l’azienda l’obbligo di formulare un “piano formativo individuale”. Sparisce ogni chiaro obiettivo di formazione e ci troviamo davanti all’ ennesima forma di contratto ultraprecario, low-cost e sottoinquadrato. E, manco a dirlo, viene cancellato anche l’obbligo per le aziende di assumere a tempo indeterminato almeno il 30% degli apprendisti (che resta solo per le imprese con oltre 50 dipendenti).

Ci dicono che questa sarebbe la modernità. A me pare che la modernità stia altrove, ad esempio nel prevedere forme di salario minimo e reddito minimo garantito, oltre che nel ripensamento complessivo del modello di produzione: cosa produciamo, come lo produciamo, per chi lo produciamo. A me pare che la modernità non sia competere abbassando i salari ma investire nella ricerca e varare un piano europeo per l’occupazione che dreni risorse dalle rendite e dalla speculazione finanziaria. A me pare che la modernità consista nell’affermazione dei diritti e non nella servitù della gleba e che la vera innovazione sarebbe la cancellazione dello sfruttamento, non la sua intensificazione. Se la modernità è alle spalle, è un bel problema. Siamo ad appena una settimana dal primo maggio e l’accordo raggiunto in Senato sul decreto Poletti-Renzi ci riporta indietro nel tempo, a periodi in cui le tutele e i diritti del lavoro – oggi chiamati “rigidità”, stavolta per imbruttire il concetto – ancora non erano stati conquistati. Primo maggio, sì, ma di quale secolo?

Una risposta su “Dalla piena occupazione alla piena precarizzazione”

[…] di Tommaso FattoriNon era per niente facile peggiorare la riforma Fornero, che peggiorava la riforma Biagi, che peggiorava la riforma Treu. Ebbene, Renzi c’ è riuscito: c’è riuscito il governo delle larghe intese Renzi-Alfano, per la precisione, che oggi ha addirittura posto la fiducia al Senato sul decreto lavoro, impedendo per l’ennesima volta il dibattito parlamentare…  […]

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