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Una Pasqua d’acciaio. Senza Europa e con il governo italiano in piena “siesta”

IMG_0024di Tommaso Fattori

Paolo Francini è un operaio delle acciaierie Lucchini di Piombino, in sciopero della fame dal giorno di Pasqua: «ho 54 anni, dal 1980 lavoro in quello stabilimento, adesso non me la sento proprio di trascorrere il periodo di Pasqua a casa, tra colombe e scampagnate come se nulla stesse accadendo”. Una forma di protesta “contro il Governo, ma anche per dire a me stesso, ai miei colleghi di lavoro e ai sindacati che non è giunto il momento di innalzare la bandiera bianca “.

La crisi della Lucchini è la perfetta illustrazione dei risultati della totale mancanza di una qualsivoglia politica industriale in questo paese, dove stiamo raccogliendo i frutti amari della mitica capacità autoregolativa dei “mercati” e dell’altrettanto criminale cialtroneria della nostra classe politica, priva di qualsiasi visione del futuro.

L’Italia vuol recuperare un qualche indirizzo di politica siderurgica o naviga a vista? Al governo (questo governo, ma anche i passati) qualcuno ha la più pallida idea di cosa significhi politica industriale, riqualificazione della siderurgia (dal punto di vista tecnico e ambientale), progettazione delle riconversioni? Perchè i governi tedesco e francese un’idea ce l’hanno, eccome. Mentre qui da noi tutti dormono sonni tranquilli.

In Europa è necessario strutturare proposte coordinate per una gestione condivisa della crisi di sovracapacità che colpisce la siderurgia europea. Italia, Spagna e Francia dovrebbero proporlo congiuntamente, costringendo la Germania – al momento fredda rispetto ad ipotesi di coordinamento delle ristrutturazioni – a scendere a più miti consigli. La Germania continua infatti a giocare il suo ruolo egemonico, solitario e distruttivo dell’Unione Europea utilizzando gli strumenti stessi offerti dall’Unione, a partire dalla moneta unica che, impedendo ai paesi periferici di svalutare, accentua le divergenze di competitività soprattutto nei settori dove la domanda è più sensibile ai differenziali di prezzo, come appunto il settore siderurgico. Ci può e deve essere moneta unica solo se al contempo c’è un reale coordinamento europeo delle politiche fondamentali, comprese quelle industriali, in ottica cooperativa fra i diversi paesi e non solo competitiva. E se c’è la volontà di costruire una vera unione europea, con istituzioni decidenti legittimate democraticamente.

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