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Contro le donne e il servizio sanitario pubblico: fra coscienza e carta di credito

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«Roma, abortisce da sola nel bagno dell’Ospedale: i medici erano tutti obiettori».

Il Consiglio d’Europa, solo pochi giorni fa, ha denunciato che “a causa dell’elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza, l’Italia viola i diritti delle donne che intendono interrompere la gravidanza, secondo le condizioni prescritte dalla legge 194”.

In Italia ci sono 8 medici obiettori su 10, apparentemente. In realtà vi è un numero considerevole (e volutamente indeterminato) di medici che sono tormentati obiettori nelle strutture pubbliche e sereni abortisti nelle cliniche private. Insomma, obiettori intermittenti: a seconda che, nella psiche, in plancia di comando ci sia la coscienza religiosa o la carta di credito.

Allo spregio dei diritti delle donne si assomma quindi il boicottaggio del servizio sanitario pubblico (nel quale si è liberamente scelto di lavorare).

Il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza deve essere garantito a tutte le donne, in qualsiasi momento, in ogni ospedale pubblico del paese. Un diritto che in nessun caso può essere subordinato e messo in contrasto con il diritto all’obiezione di coscienza del medico.

Ho rispetto per l’obiezione di coscienza, quella “vera”. Tuttavia ho l’impressione che non basti individuare e perseguire gli obiettori intermittenti o delinquenti, che dir si voglia. E’ tempo di aprire una discussione su come regolare diversamente il settore, ponendoci alcune semplici questioni di base, senza pregiudizi: perchè a tante persone come me – che hanno fatto obiezione di coscienza al servizio militare – è ragionevolmente impedito di fare un concorso per entrare in polizia (e persino nel corpo dei vigili urbani), mentre ad un obiettore antiabortista è consentito fare il ginecologo in un ospedale pubblico? Non propongo certezze, ma domande, per provare ad uscire quanto prima da una situazione indegna di un paese civile.

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